05/06/2018 – Bocciate le sanzioni di 30 euro previste per professionisti e imprese che non accettano pagamenti con il POS.

Il Consiglio di Stato, infatti, dopo aver sospeso il giudizio per dubbi di incostituzionalità, ha espresso parere negativo (Parere 1446/2018) sullo ‘Schema di Regolamento sulle sanzioni amministrative in caso di mancata accettazione dei pagamenti elettronici’ messo a punto dal Ministero dello Sviluppo Economico (MISE).

Obbligo di Pos: le sanzioni che prevedeva il Mise

Secondo il Mise, pur essendo in vigore l’obbligo di Pos, la mancanza di sanzioni in caso di non installazione o non accettazione dello strumento ha determinato la non applicazione dell’obbligo vanificando la previsione legislativa.

In tal modo si è ridotta “la possibilità di conseguire la finalità prioritaria di tale intervento normativo, ossia la diminuzione dell’uso del contante che comporta costi della collettività derivanti dalla minore tracciabilità delle operazioni e dal conseguente maggior rischio di elusione della normativa fiscale e antiriciclaggio”.

La relazione sottolinea che la norma primaria, nel rinviare al decreto attuativo la predisposizione della disciplina in materia di modalità, termini e importo delle sanzioni amministrative pecuniarie non ha fornito criteri e limiti specifici quali: importo minimo massimo, indicazione dell’autorità competente ad irrogare la sanzione, procedure applicabili.

Di conseguenza, nel Regolamento il MISE ha previsto una multa di 30 euro per ogni pagamento elettronico rifiutato, assimilando tale sanzione a quella prevista dall’articolo 693 del codice di procedura penale che dispone che “chiunque rifiuta di ricevere, per loro, monete aventi possono dallo Stato, è punito con la sanzione amministrativa fino a 30 euro”.

Il Ministero, quindi, ha dovuto far “riferimento a quanto già disposto dall’ordinamento nazionale vigente piuttosto che prevedere direttamente una nuova”.

Sanzioni Pos: bocciate dal CdS

Il Consiglio di Stato, però, pur condividendo gli obiettivi della lotta al riciclaggio e all’evasione, rileva che il richiamo all’articolo 693 “non è condivisibile sul versante strettamente giuridico” in quanto “nessuno può essere assoggettato a sanzioni amministrative se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima della commissione della violazione”.

Per i giudici di Palazzo Spada, quindi, il riferimento alle sanzioni previste dall’art. 693 del codice penale “non è rispettoso del principio costituzionale della riserva di legge in quanto carente di qualsiasi criterio direttivo, sostanziale e procedurale”.

Infatti, sono le leggi che devono prevedere “gli elementi essenziali della fattispecie che concorrono ad identificare la prestazione demandando, per contro, alle norme regolamentari la individuazione degli elementi non essenziali o secondari”. Il Collegio ritiene che nel caso specifico “la determinazione dell’entità della sanzione costituisca un elemento essenziale della fattispecie non integrabile su base regolamentare (non essendo sufficiente indicare il solo carattere amministrativo della sanzione)”.

Il Consiglio di Stato, quindi, suggerisce di ricercare la soluzione “all’interno dell’ordinamento giuridico che disciplina le attività commerciali e professionali. In altri termini, nel caso in esame potrebbe trovare applicazione una già esistente norma di chiusura, prevista dal vigente quadro giuridico di riferimento, che sanzioni un inadempimento di carattere residuale. Che contempli, cioè, qualsiasi altra violazione di adempimenti legittimamente imposti nell’esercizio della arte, commercio o professione”.