28/05/2018 – Qual è il futuro degli spazi destinati alla reclusione? Un obiettivo non ancora troppo chiaro in Italia. Eppure idee e spunti non mancano, tra rigenerazione urbana, tematiche sociali e percorsi d’arte.

Attorno a questo tema ci sono stati dei momenti molto significativi se pensiamo alle carceri di Giovan Battista Piranesi, alle visioni di Escher o agli appunti di Antonio Gramsci.

Nell’opera più nota di Michel Foucault, ‘Sorvegliare e punire’, il filosofo francese delineava una storia della nascita della prigione, dal Panopticon ipotizzato da Jeremy Bentham nel 1791 al carcere moderno. Il controllo e il potere della vista hanno fatto sì che le prigioni assumessero una forma circolare al fine di ‘rendere visibili coloro che vi si ritrovano all’interno’.

Incisore, architetto e teorico d’architettura, Giovanni Battista Piranesi, ha rivoluzionato i tratti della rappresentazione della prigione – la gabbia di ferro o la cella chiusa da sbarre –, con le sue ‘Carceri d’invenzione’ che hanno influenzato diversi artisti surrealisti, tra cui Escher.


Progetto di Panopticon, 1791

La Fortezza dello Spielberg a Brno, Rep. Ceca

Oggi è sede museale la Fortezza dello Spielberg a Brno (Rep. Ceca): in epoca risorgimentale fu noto come luogo di prigionia di vari patrioti italiani, tra cui Silvio Pellico che narrò la sua detenzione decennale nell’opera ‘Le mie prigioni’:

“Un giorno è presto passato, e quando la sera uno si mette a letto senza fame e senza acuti dolori, che importa se quel letto è piuttosto fra mura che si chiamino prigione, o fra mura che si chiamino casa o palazzo?”



Foto: Fortezza dello Spielberg a Brno via wikipedia

Le Murate a Firenze

Il complesso monumentale delle Murate, sorge dove dalla metà dell’Ottocento sino alla fine del Novecento si trovava il carcere maschile cittadino.

Dopo anni di abbandono, l’ex carcere è stato recuperato e trasformato in edilizia residenziale pubblica, attività commerciali e spazi sociali, seguendo un progetto di Renzo Piano e diventare nel 2014 uno snodo culturale internazionale e urbano e di produzione artistica.

Foto: Le Murate

Il ‘Giardino degli Incontri’ nel carcere di Sollicciano

Progettato intorno al 1973 da Andrea Mariotti, Gilberto Campani, Piero Inghirami, Italo Castore, Pierluigi Rizzi ed Enzo Camici, il carcere di Sollicciano, a Firenze, ospita l’ultimo progetto di Giovanni Michelucci, il ‘Giardino degli Incontri’, una struttura pensata per i momenti di incontro dei detenuti con le loro famiglie, un microcosmo per portare la città dentro il carcere.

Foto: Archivio Fondazione Michelucci

Foto: wikipedia

Il MEIS Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah a Ferrara

Il MEIS Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah: il grande edificio restaurato di Via Piangipane, nel centro storico di Ferrara, fino al 1992 ospitava le carceri cittadine, luogo di reclusione ed esclusione per eccellenza, torna a vivere come spazio aperto e inclusivo.


Foto: www.meisweb.it

Il carcere borbonico di Santo Stefano, Ventotene

Esempio di archeologia carceraria in mezzo al mare quello di Santo Stefano, sull’isola di Ventotene, nell’arcipelago pontino, progettato dall’architetto Francesco Carpi e inaugurato nel 1795 e rimase attivo fino al 1965 ospitando circa 900 detenuti. I lavori di messa in sicurezza sono, però, fermi al 2016.


Casa Circondariale Carmelo Magni a Taranto

A Taranto il carcere diventa arte, con l’approccio sperimentato da Achille Bonito Oliva, nel 2017, negli spazi della La Casa Circondariale Carmelo Magli. Un percorso partecipativo e interattivo nella realtà carceraria italiana, volto a coinvolgere i cittadini nell’esperienza della detenzione.

Foto: Andrea Avezzu Courtesy of La Biennale di Venezia


Biennale Architettura 2018, Freespace

Tra i temi affrontati nella Biennale di Architettura di Venezia, c’è l’esposizione di Alejandro Denes, curatore di‘Prison to Prison, an Intimate Story between two Architectures’, per il padiglione uruguayano.


Il progetto esplora la relazione tra due carceri, due edifici costruiti a poca distanza fisica l’uno dall’altro, gestiti in maniera completamente diversa.

Paolo Baratta, presidente della Biennale di Venezia, ha confidato al Giornale dell’Architettura:

“Ho sempre desiderato si parlasse anche di spazio, quello che si crea attraverso l’architettura, che si fa segno della sua presenza, che a tutti appartiene. Il bello di questa mostra è che sotto le mentite spoglie di una piccola utopia aggraziata, alla Candide (il dono, le sue meraviglie…), si cela la provocazione, il netto richiamo ad altri tipi di problematiche, alle condizioni che non consentono a quei doni di emergere. Sono doni tutti potenziali ma in prigione. Il nostro problema? Farli uscire dal carcere”.

Non c’è libertà se siete imprigionati da muri di disciplina.

(Bruce Lee)